Diploma di maturità
Per capire davvero cosa rappresenta, conviene mettere ordine: che cosa certifica, quali sono i percorsi che lo rilasciano, come funziona l’esame conclusivo e quali riforme hanno inciso nel tempo sulle regole del gioco.
Che cos’è il diploma di maturità e cosa certifica davvero?
È il titolo conclusivo del secondo ciclo di istruzione del sistema scolastico italiano: non è “solo un pezzo di carta”, perché attesta ufficialmente che lo studente ha completato un percorso quinquennale e ha superato l’esame finale previsto dallo Stato. Dal punto di vista formale, la disciplina dell’esame e dei suoi principi è stata definita da una riforma strutturale a fine anni ’90 (Legge 10 dicembre 1997, n. 425 e DPR 23 luglio 1998, n. 323).
Nella pratica, certifica tre aspetti che interessano davvero a chi lo usa (studenti, famiglie, università, aziende): il tipo di percorso (indirizzo), i risultati complessivi (credito e voto finale) e un set di competenze che, pur variando tra indirizzi, deve garantire una base comune di cultura generale, metodo di studio e capacità di argomentare.
Come si ottiene oggi? Percorso, requisiti, esame finale
Si ottiene completando il quinto anno e superando l’esame conclusivo.
I requisiti di ammissione per i candidati interni includono, tra le altre condizioni, la frequenza di almeno tre quarti del monte ore annuale personalizzato e la partecipazione alle prove INVALSI previste nell’ultimo anno (come requisito di ammissione, non come voto d’esame).
Cosa aspettarsi, in concreto, dall’esame?
L’impianto dell’esame è stato aggiornato con il decreto legislativo 13 aprile 2017, n. 62, che ha ridefinito vari elementi e ha eliminato la cosiddetta “terza prova” scritta, mantenendo le prime due prove nazionali e il colloquio.
In termini semplici, lo schema tipico è questo:
• Prova scritta di italiano (nazionale)
• Seconda prova scritta sulle discipline caratterizzanti l’indirizzo
• Colloquio orale, che punta a far emergere capacità di collegamento, ragionamento e padronanza dei contenuti
Sul sito del Ministero trovi una sintesi chiara di ammissione, modalità e attribuzione del punteggio, utile per orientarsi senza perdersi tra circolari e dettagli tecnici.
Quali sono tipi di diploma di maturità?
Dipende dall’indirizzo di scuola superiore scelto, perché il titolo finale cambia denominazione in base al percorso (pur restando, a tutti gli effetti, un diploma conclusivo del secondo ciclo). In Italia la struttura principale del secondo ciclo è articolata in percorsi quinquennali (licei, istituti tecnici, istituti professionali).
Un modo rapido per orientarsi è collegare ogni famiglia di percorsi alla sua “vocazione”:
• Licei: impostazione più teorica e culturale, spesso scelta da chi valuta l’università come sbocco naturale
• Istituti tecnici: equilibrio tra area generale e competenze tecnico-scientifiche spendibili anche subito
• Istituti professionali: approccio più operativo e laboratoriale, con attenzione a profili professionali e competenze pratiche
Negli anni 2010 il riordino degli ordinamenti ha ridefinito l’assetto di tecnici e professionali (DPR 15 marzo 2010, n. 88 e DPR 15 marzo 2010, n. 87), che hanno inciso su quadri orari e identità dei percorsi.
Differenza tra diploma di maturità e diploma professionale?
Qui la distinzione chiave è il canale che rilascia il titolo e la durata del percorso.
Da una parte c’è il sistema scolastico quinquennale (licei/tecnici/professionali) che porta al titolo conclusivo del secondo ciclo.
Dall’altra esistono percorsi di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP), di competenza regionale, con durata tipicamente triennale (qualifica) o quadriennale (diploma professionale).
In pratica:
• IeFP triennale: qualifica professionale (in genere EQF 3)
• IeFP quarto anno: diploma professionale (in genere EQF 4)
Questi percorsi sono pensati per un inserimento lavorativo più rapido e molto orientato alla pratica. Alcune filiere prevedono passaggi per rientrare verso l’esame conclusivo del secondo ciclo tramite anno integrativo, ma le modalità dipendono dalle norme e dall’offerta formativa del territorio.
A cosa serve il diploma di maturità?
Serve, in modo molto concreto, come chiave di accesso a opportunità che senza quel requisito spesso restano chiuse. Le tre utilità più frequenti sono:
1. Università e formazione terziaria: è il requisito tipico per iscriversi a corsi universitari e a molte offerte post-diploma
2. Concorsi pubblici: tanti bandi indicano esplicitamente il diploma come requisito minimo
3. Mercato del lavoro: in molti settori è la soglia d’ingresso per ruoli amministrativi, tecnici, commerciali e servizi qualificati
Un dato che aiuta a “mettere a terra” il tema: nelle statistiche europee, nel 2024 la quota media UE dei giovani 20-24enni con almeno un livello di istruzione secondaria superiore era 84,3%. È una misura semplice, ma rende l’idea di quanto il completamento del secondo ciclo sia diventato uno standard atteso.
E guardando all’Italia, le differenze territoriali contano: un report ISTAT evidenzia, ad esempio, che la quota di diplomati nella fascia 25-64 varia sensibilmente tra regioni (con valori più bassi in alcune aree e più alti in altre) e che anche la transizione verso l’università cambia molto da territorio a territorio.
Le tappe e le leggi che hanno cambiato l’esame e il percorso: una linea del tempo essenziale
Per orientarsi senza perdersi, ecco le svolte normative che hanno lasciato un segno (con l’idea di capire “che cosa è cambiato”, non di memorizzare codici).
• 1923: nascita dell’esame come prova di Stato moderna
Con i provvedimenti dell’epoca della riforma Gentile, l’esame di maturità entra nell’ordinamento come esame di Stato al termine di determinati percorsi. Il Regio Decreto 6 maggio 1923, n. 1054 è uno dei testi storici di riferimento.
• 1969: semplificazione e nuova impostazione
La Legge 5 aprile 1969, n. 119 interviene sull’assetto dell’esame, con una logica di razionalizzazione e un’impostazione più vicina alla scuola di massa del secondo dopoguerra.
• 1997–1998: la riforma “moderna” dell’esame di Stato
La Legge 425/1997 e il DPR 323/1998 ridisegnano struttura e principi dell’esame conclusivo del secondo ciclo, ponendo le basi dell’impianto che ha accompagnato generazioni di studenti.
• 2010: riordino degli ordinamenti (tecnici e professionali)
I regolamenti del 2010 per istituti tecnici e professionali incidono su identità dei percorsi, quadri orari e organizzazione didattica, cambiando di fatto il “cammino” che conduce all’esame.
• 2015–2018: esperienze scuola-lavoro e ore minime
La Legge 107/2015 ha reso strutturali i percorsi di alternanza scuola-lavoro nel secondo ciclo.
Con la Legge 30 dicembre 2018, n. 145 (legge di bilancio 2019) questi percorsi vengono rinominati e rimodulati, fissando soglie minime di ore diverse per licei, tecnici e professionali.
• 2017–2019: nuova architettura dell’esame
Il D.Lgs. 62/2017 aggiorna l’esame e, tra gli elementi più noti, elimina la terza prova scritta.
• 2020: regole straordinarie legate all’emergenza sanitaria
Nel 2020, per ragioni di sicurezza, il Ministero ha previsto modalità eccezionali (ad esempio il solo colloquio) comunicate tramite ordinanze e note pubbliche. È un caso utile da ricordare per capire che le regole possono cambiare in situazioni straordinarie.
• 2025: aggiornamenti e nuova denominazione in alcuni riferimenti normativi
Nel 2025 è intervenuto il decreto-legge 9 settembre 2025, n. 127 (poi coordinato con la legge di conversione), che contiene misure urgenti su esame e avvio dell’anno scolastico 2025/2026.
Come usare bene il titolo dopo l’esame: tre scelte pratiche
La risposta diretta è che il titolo funziona quando lo “agganci” a un passo successivo coerente.
• Se vuoi lavorare subito: punta su un CV che traduca le competenze in esempi (progetti, laboratori, esperienze, certificazioni)
• Se vuoi specializzarti senza università: valuta percorsi post-diploma tecnici e professionalizzanti presenti sul territorio
• Se vuoi l’università: ragiona su metodo di studio e lacune da colmare nei primi mesi, più che sul voto come etichetta
Quello che cambia la traiettoria, quasi sempre, è la chiarezza del passo successivo: un titolo è un ottimo punto di appoggio, ma il salto lo fa la strategia con cui lo spendi.
Domande che arrivano spesso
• “Se cambio indirizzo, il titolo finale perde valore?”
No: cambia il profilo del percorso e l’indirizzo indicato sul titolo, ma il valore legale come diploma conclusivo del secondo ciclo resta, perché ciò che conta è il completamento del percorso e il superamento dell’esame di Stato. La spendibilità dipende poi da cosa vuoi fare dopo (università, ITS, lavoro) e dal settore.
• “Conta più il voto o l’indirizzo?”
Dipende dallo scenario. Per l’iscrizione universitaria l’indirizzo può incidere sulla preparazione iniziale; per alcuni concorsi è il requisito “diploma” a fare da soglia; per un primo lavoro spesso pesa la coerenza tra indirizzo e mansione. Il voto può fare la differenza quando esistono graduatorie o selezioni numeriche, ma raramente è l’unico elemento.
• “Da candidato esterno è possibile?”
Sì, ma con requisiti e regole specifiche (età, percorsi pregressi, documentazione, eventuali esami preliminari). La parte più sensata è verificare sempre le indicazioni ufficiali dell’anno di riferimento sul portale del Ministero.